Un esercito silenzioso
Quando si parla di cinema, l’immaginario collettivo corre immediatamente agli attori, ai registi, ai volti che occupano lo schermo. Molto più raramente ci si sofferma su quella complessa rete di professionisti che, lontano dai riflettori, trasforma un’idea in un’opera capace di raggiungere milioni di persone.
Giacomo Treviglio appartiene a questo mondo. Originario delle Marche, più precisamente di Senigallia, oggi lavora nel settore delle produzioni cinematografiche e televisive internazionali, occupandosi di coordinamento e produzione. Un ruolo che richiede organizzazione, gestione economica, problem solving e soprattutto la capacità di tenere insieme decine di persone, esigenze e imprevisti.
Un lavoro poco visibile al pubblico, ma fondamentale per il funzionamento della macchina cinematografica. È necessaria una capacità di visione di insieme per coordinare decine di attori, far sì che i loro costumi siano sempre pronti, disponibili e che all’insorgere di qualunque problema non ci sia caos, ma soluzioni. Un lavoro pieno di responsabilità, che necessita di precisione e metodo.

La troupe di una produzione internazionale, New York.
Bussare a tutte le porte
Eppure il suo percorso non nasce da una strada già tracciata: come molti ragazzi affascinati dal cinema, inizialmente immaginava soltanto le professioni più conosciute. Entrando gradualmente in contatto con il settore, ha scoperto un universo molto più vasto e articolato. Si è dedicato, tra le altre cose, anche al doppiaggio: tra i suoi primi riconoscimenti c’è infatti la vittoria di un contest indetto dalla Disney Pixar, che gli ha permesso di prestare la voce per alcune clip promozionali del film d’animazione “Inside Out”. Nel 2019 poi ha prestato la voce alla versione italiana del film biografico internazionale “Tolkien”.

Tra i reparti di una grande produzione.
«La difficoltà più grande è capire come funziona davvero questo mondo», racconta.
«All’inizio pensi che esistano solo il regista e l’attore. Poi scopri che ci sono decine di ruoli diversi e che ogni film è il risultato del lavoro di moltissime persone».
Per entrare nel cinema ha scelto la via più diretta: presentarsi, chiedere, insistere. «Sono andato a Roma e ho bussato a tante porte. Dicevo che ero disposto a fare qualsiasi cosa pur di stare su un set e imparare». Una filosofia che ancora oggi considera fondamentale per chiunque voglia intraprendere una carriera nel settore audiovisivo.
La sua formazione, infatti, non segue un percorso lineare: effetti visivi, design, corsi di produzione audiovisiva. Tutte esperienze diverse accumulate nel tempo e apparentemente scollegate tra loro, ma in seguito quei tasselli hanno trovato una loro coerenza, contribuendo a costruire una figura professionale capace di muoversi tra aspetti creativi e organizzativi.
Tra le grandi produzioni
Oggi Treviglio lavora regolarmente su produzioni internazionali e negli ultimi anni ha avuto modo di confrontarsi con alcune delle realtà più importanti del panorama cinematografico mondiale. Tra queste, “The Thomas Crown Affair”, che sarà nelle sale nel 2027, film diretto e interpretato dal Premio Oscar Michael B. Jordan, presentato a Las Vegas, e che vede tra i protagonisti anche l’attrice Adria Arjona, conosciuta anche per il suo ruolo nella serie “Andor” di “Star Wars”.
Una delle esperienze che Giacomo Treviglio ricorda con maggiore intensità è quella vissuta sul set del nuovo progetto di Christopher Nolan, “The Odyssey”, una produzione monumentale che lo ha portato a viaggiare in diverse parti del mondo.

Un fotogramma da «The Odyssey» di Christopher Nolan.
«È stata una delle esperienze più impegnative della mia carriera. Quelle che mentre le vivi sembrano quasi impossibili, ma che poi ti restituiscono una crescita enorme».
Dietro il mondo patinato del grande cinema internazionale si nasconde infatti una quotidianità fatta di ritmi serrati, responsabilità continue e lunghi periodi lontano dagli affetti.
La comunità del set
Ma proprio in questa dimensione nasce uno degli aspetti che più lo affascinano del lavoro sul set. «Dopo settimane di lavoro intenso si crea una vera comunità. Persone provenienti da paesi diversi, con competenze differenti, che condividono lo stesso obiettivo».

In viaggio tra una produzione e l’altra, Stati Uniti.
È una prospettiva che cambia anche il modo di guardare a celebrità del calibro di Robert Pattinson e Matt Damon: lavorando a stretto contatto con attori e attrici di fama mondiale, Treviglio ha scoperto soprattutto il loro lato umano. Figure che il pubblico osserva come icone, ma che sul set diventano semplicemente colleghi impegnati nello stesso progetto. Tra gli incontri che ricorda con maggiore affetto c’è quello con Anne Hathaway, che nelle ultime settimane ci ha fatto sognare con la sua interpretazione ne “Il diavolo veste Prada 2”, e che lo ha colpito per la disponibilità e la naturalezza con cui si rapporta alle persone che lavorano intorno a lei.
Un’esperienza che conferma una convinzione maturata negli anni: dietro ogni star esiste innanzitutto una persona. Il cuore del racconto di Giacomo Treviglio però emerge quando si parla del significato profondo che secondo lui ha il cinema, che vede non soltanto come un’industria culturale o una professione, ma soprattutto come luogo emotivo.
Il cinema come luogo emotivo
«Quando entro in sala e una storia riesce a coinvolgermi completamente, ho la sensazione di vivere un’altra vita. Posso ridere, commuovermi, riflettere. Per qualche ora entro dentro quel racconto e ne esco diverso da prima».
È probabilmente questa la ragione che continua a spingerlo e spronarlo, nonostante le difficoltà di un settore competitivo e spesso instabile. Una convinzione che si collega a una riflessione più ampia sul ruolo della cultura nella società contemporanea.
Secondo Treviglio, l’arte e la cultura possiedono un valore enorme, ma rischiano talvolta di essere percepite come qualcosa di distante, riservato a pochi. «L’arte deve riuscire a comunicare. Deve parlare alle persone. Quando diventa soltanto un esercizio elitario, perde una parte importante della sua funzione».
Le radici marchigiane
Uno sguardo che non dimentica le proprie radici. Pur lavorando in contesti internazionali, continua a osservare con interesse la crescita del settore audiovisivo marchigiano e il ruolo svolto dalla Marche Film Commission nel creare nuove opportunità per professionisti e giovani talenti.

Mezzi di produzione su un set in Italia.
Non a caso, uno dei suoi primi incarichi arrivò proprio grazie a una produzione realizzata sul territorio, nel 2018, con la Marche Film Commission, per cui lavorò nel reparto produzione del film “I nostri figli”, girato a Senigallia, e poi ancora nel 2023, con uno short-film istituzionale, di cui Treviglio ha curato la produzione. Lo short film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e alla Festa del Cinema di Roma: un progetto manifesto per le Marche, girato da due giovani registi esordienti in location iconiche come Frasassi, Ascoli Piceno e Urbino.
Probabilmente è proprio nell’intreccio con la sua terra d’origine che il suo percorso assume un significato che va oltre la vicenda personale: in un Paese che spesso guarda con diffidenza alle professioni creative, la storia di Giacomo Treviglio dimostra che il talento da solo non basta, ma che nemmeno la provenienza geografica rappresenta un limite invalicabile.
Servono studio, perseveranza, disponibilità a mettersi in gioco e la capacità di continuare a bussare alle porte giuste. Anche quando, all’inizio, sembrano tutte chiuse: i no sono solo un modo per prepararsi al sì tanto atteso, il primo, che darà il via a un viaggio capace di portare molto più lontano di quanto si fosse immaginato.


















