Si dice spesso che il teatro italiano abbia un problema con i suoi autori: che metta in scena soprattutto classici e adattamenti, che la regia conti più della scrittura, che la pagina drammaturgica sia diventata un accessorio dello spettacolo invece del suo punto di partenza. Per anni la lamentela è stata questa, ripetuta nei convegni e nelle terze pagine: in Italia mancano i testi, mancano le voci nuove, manca chi scriva per la scena di oggi.
I dati di un singolo concorso bastano a incrinare quella certezza. All'edizione 2023 del Premio Riccione per il Teatro sono arrivati oltre seicento copioni, e i finalisti che la giuria ha selezionato non sono nomi di seconda fila in attesa di occasione: sono drammaturghe e drammaturghi che già lavorano nelle istituzioni, che vincono bandi internazionali, che vedono i propri testi tradotti e prodotti. Accanto a Riccione ci sono il Premio Hystrio, il bando Autori della Biennale Teatro di Venezia, gli spazi indipendenti che fanno scouting tutto l'anno. La scrittura per la scena, in Italia, non è scomparsa. Si è spostata, e ha cambiato lingua.
Questo articolo non vuole compilare una classifica dei talenti né proclamare una generazione. Vuole guardare cosa scrivono davvero queste voci, attraverso i testi che i premi hanno reso visibili tra il 2020 e il 2025, e provare a leggere quale immagine del presente ne esce.
«La nuova drammaturgia italiana non torna al grande testo letterario: prende i materiali del presente, la cronaca, le chat, la memoria che si sfalda, e li monta in dispositivi che chiedono al pubblico di completare il senso.»
// 01 · Un sistema di premi che fa da mappa
Per capire dove cresce oggi la scrittura teatrale conviene partire da come viene intercettata. In Italia non esiste un mercato editoriale della drammaturgia paragonabile a quello anglosassone, dove un testo nuovo nasce dentro un teatro che lo commissiona. Esiste invece una rete di premi e bandi che funziona da setaccio e da trampolino: chi scrive manda il proprio copione, una giuria lo legge, e se vince ottiene la cosa che in Italia scarseggia più dei soldi, cioè la messa in scena.
Il Premio Riccione per il Teatro è il più antico di questi setacci. Promosso dall'associazione Riccione Teatro, premia testi in italiano o in dialetto non ancora rappresentati, e tra i suoi vincitori storici figura un esordiente Italo Calvino, insignito nel 1947 per Il sentiero dei nidi di ragno quando il concorso aveva ancora una sezione letteraria. Dentro Riccione vive da quindici edizioni il Premio Pier Vittorio Tondelli, riservato alle scritture delle generazioni più giovani. Accanto, il Premio Hystrio Scritture di Scena, promosso dalla rivista Hystrio, offre ai vincitori la pubblicazione e una mise en espace al festival. E c'è il bando Autori della Biennale Teatro di Venezia, che lavora con i selezionati in un percorso di laboratorio prima della lettura pubblica.
«In Italia un testo nuovo non nasce quasi mai da una commissione: nasce da un bando vinto. Il premio non è un onore tardivo, è la condizione materiale perché la scrittura arrivi al palco.»
Le tre realtà non si sovrappongono per caso. Lo stesso nome ricorre spesso in più liste a distanza di pochi anni: Eliana Rotella, finalista al Tondelli di Riccione con Lexicon, vince nello stesso periodo il bando della Biennale con Livido; Jacopo Giacomoni passa dalla menzione di Riccione nel 2023 al bando Autori della Biennale nel 2024; Chiara Arrigoni viene segnalata a Hystrio e poi arriva tra i finalisti del 58° Premio Riccione nel 2025. Chi entra nel circuito tende a restarci, accumulando riconoscimenti che fanno da garanzia per il passo successivo. È una buona notizia e insieme un sintomo: il sistema premia chi ha già imparato a muovercisi dentro.
Questo spiega una caratteristica della scena italiana che la distingue da altre: la drammaturgia nuova passa per concorsi pubblici e semipubblici, non per le stagioni dei teatri. È un sistema che ha un limite evidente, perché lega la scrittura alla logica del bando e dei suoi tempi, ma ha anche un effetto utile per chi osserva. Le motivazioni delle giurie, pubblicate ogni anno, compongono una mappa ragionata di cosa si scrive e perché. Letti uno accanto all'altro, quei verbali raccontano un'inclinazione comune più di quanto farebbe qualsiasi manifesto.
// 02 · La cronaca entra in scena senza filtri
La prima cosa che salta agli occhi, scorrendo i testi premiati, è quanto spesso partano da un fatto reale. Non dalla grande Storia con la maiuscola, ma dalla cronaca recente, da un trauma privato, da una notizia di giornale.
Il caso più netto è Lucia camminava sola di Tolja Djokovic, vincitore del 57° Premio Riccione nel 2023. Djokovic, che dopo studi filologici si forma come dramaturg alla scuola Iolanda Gazzerro di ERT e aveva già vinto il bando Autori della Biennale con En abyme, costruisce un testo a doppio binario. Da un lato un'autrice di oggi che gira un documentario; dall'altro Lucia, una donna che nella Bologna del 1709 viene arrestata e condannata a morte per infanticidio. Le due storie si guardano come in una mise en abyme. La giuria, presieduta da Lucia Calamaro, ha parlato di «un linguaggio affilato, essenziale, chirurgico, strumento di una scrittura evocativa perché distante da qualunque lirismo ricattatorio». La frase indica una scelta precisa: portare in scena la violenza sui corpi senza il ricatto del pathos.
Lo stesso movimento attraversa il Premio Tondelli vinto, sempre nel 2023, da Benedetta Pigoni, nata nel 2000, con 30 milligrammi di Ulipristal. Il testo segue Sofia mentre ricostruisce, tra chat e applicazioni, una violenza di gruppo subita da persone che conosceva. Pigoni non racconta lo stupro: lo fa affiorare dal rimosso, dalla difficoltà di nominarlo. La giuria ha scritto che il testo «non esonda, non dilaga, ma indaga», e che «sussurra un sospetto, lavora sul rimosso, taglia clinicamente il presente». La distanza dal teatro di denuncia tradizionale è qui programmatica: il fatto di cronaca non viene illustrato, viene scomposto.

Una sala vuota prima dello spettacolo: in Italia la scrittura nuova passa per i premi prima di arrivare al palco
Anche dove cambia il tema, resta il metodo. Il numero esatto di Fabio Pisano, finalista a Riccione, parte dalla gestazione per altri e da un conflitto contemporaneo, la guerra in Ucraina, per costruire la storia di una ragazza che scopre di avere quattro madri. Le nuove madri di Chiara Arrigoni, nata nel 1989 e segnalata a Hystrio nel 2023, lavora sullo stesso nodo della maternità e della sua frammentazione. La cronaca non è sfondo: è la materia prima da cui la scrittura ricava le sue domande.
// 03 · La lingua delle chat e il problema che porta con sé
C'è un tratto formale che ricorre nei testi più giovani e che merita uno sguardo ravvicinato, perché è anche il loro punto di maggiore rischio. Molte di queste scritture incorporano il linguaggio delle applicazioni di messaggistica: schermate di chat, emoticon, frasi spezzate come si scrivono al telefono.
In 30 milligrammi di Ulipristal la protagonista ricostruisce l'accaduto proprio attraverso le conversazioni con amiche e conoscenti, e la pagina diventa un susseguirsi di schermate. La giuria di Riccione ha notato come Pigoni «faccia della forma sostanza» usando quel materiale per far accertare alla protagonista la propria storia. Lo stesso accade in De-sidera di Giulia di Sacco e in Lexicon di Eliana Rotella, dove emoticon e frasi da chat entrano nell'economia del testo. È un riflesso esatto del modo in cui una persona di vent'anni oggi ricorda, litiga, si innamora: dentro uno schermo.
Qui però si apre una questione che la critica ha colto. La rivista Teatro e Critica, recensendo l'edizione 2023 del Premio Riccione, ha osservato che il ricorso al linguaggio delle app può non metterne «in discussione il potenziale alienante» e finire per «divenirne, in qualche modo, megafono». Detto in modo concreto: se la scena riproduce la chat senza interrogarla, rischia di restare prigioniera del singolare e del privatissimo, perdendo la capacità di parlare a tutti che è propria del teatro. Lo stesso strumento che rende questi testi immediatamente riconoscibili può anche chiuderli in un presente troppo stretto.
Non tutte le voci scelgono questa via. Il numero esatto di Pisano restituisce «alla nuda parola tutta la sua potenza evocativa», procedendo per frammenti sonori invece che per schermate. È la prova che dentro la stessa generazione convivono due strategie opposte: chi porta in scena la lingua digitale così com'è, e chi torna alla parola spoglia per dire le stesse fratture. La nuova drammaturgia non ha una sola voce, ha un campo di tensioni.
// 04 · Il dispositivo al posto della trama
Il secondo tratto comune è più strutturale e riguarda la forma stessa del testo. Molte di queste scritture non costruiscono una trama lineare con personaggi che agiscono dall'inizio alla fine. Costruiscono dispositivi: macchine teatrali che organizzano materiali, ricordi, voci, e che spesso chiedono al pubblico di muoversi e di scegliere il proprio percorso.
L'esempio più rigoroso è È solo un lungo tramonto di Jacopo Giacomoni, nato a Trento nel 1987, laureato in filosofia con una tesi sull'esistenza dei personaggi fittizi e vincitore nel 2023 della Menzione speciale Franco Quadri a Riccione, oltre che del bando Autori della Biennale nel 2024. Il punto di partenza è la demenza senile del padre. Giacomoni trascrive i ricordi paterni, li tratta con un programma di scrittura al computer, e li trasforma in stanze mentali che lo spettatore attraversa liberamente, senza un ordine imposto. La giuria ha parlato di «loop testuali» e di una drammaturgia «memore della lezione della neoavanguardia poetica di Balestrini», intrecciata alla hauntologia di Mark Fisher. Il testo non racconta la malattia: la fa accadere come esperienza, attraverso la ripetizione e la dissolvenza.

Una platea deserta: molti testi nuovi chiedono allo spettatore di muoversi e di completare il senso
Giacomoni stesso descrive il proprio lavoro come la costruzione di «parassiti drammaturgici» che aggrediscono testi già esistenti, e di «esperienze teatrali ludico-rituali» che mettono in cortocircuito il tempo dello spettatore. È una poetica che sposta il baricentro: non più l'autore che consegna una storia compiuta, ma l'autore che progetta le condizioni perché qualcosa accada in sala. Lo stesso vale per Far Far West West di Riccardo Favaro, un western metafisico dove la colpa cambia continuamente volto e il tempo si dilata «come le pallottole al rallentatore dei vecchi film», secondo la giuria del Tondelli.
Questa attenzione al dispositivo spiega anche perché molte di queste voci attraversino i confini tra i generi. Il Premio Riccione 2023 ha assegnato il riconoscimento per l'innovazione drammaturgica a Marco D'Agostin, performer che lavora sul crinale tra teatro e danza, con la motivazione di aver scardinato «i confini, ancora troppo solidi in Italia, tra teatro e danza». L'ibridazione non è un vezzo: è il modo in cui questi autori cercano una forma adeguata a un presente che non sta dentro la trama tradizionale.
// 05 · Dove crescono queste voci, e a quali condizioni
Resta la domanda più concreta: dove si formano e dove lavorano, materialmente, queste drammaturghe e questi drammaturghi. Le biografie dei finalisti compongono un disegno preciso.
Il primo dato è la formazione. Quasi tutti i nomi che ricorrono passano per poche scuole: la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio d'Amico di Roma, la scuola di ERT a Modena. Benedetta Pigoni si diploma alla Paolo Grassi, Chiara Arrigoni alla Silvio d'Amico, Eliana Rotella, nata a Pavia nel 1994, alla Paolo Grassi dopo un diploma in violino al Conservatorio. È un canale di accesso solido, ma anche stretto: la scrittura per la scena, in Italia, si impara quasi solo lì.
Il secondo dato è la rete di spazi indipendenti che raccoglie questi autori prima e accanto ai premi. A Roma, Carrozzerie n.o.t. conduce dal 2013 un lavoro di scouting permanente e bandisce ogni estate, con il programma Odiolestate, residenze che offrono giorni di sala e un contributo produttivo a progetti in fase di studio. Sono luoghi piccoli, fuori dal circuito dei teatri stabili, dove un testo può essere provato senza la pressione del risultato. Alessandro Paschitto, nato a Napoli nel 1992 e segnalato a Hystrio, ha vinto proprio Odiolestate nel 2022 prima di arrivare ai premi maggiori.
Il terzo dato è la via già aperta da chi li precede di poco. Liv Ferracchiati, nato a Todi nel 1985, ha costruito tra il 2015 e il 2017 la Trilogia sull'Identità attorno al tema dell'identità di genere, vincendo con Stabat Mater il Premio Hystrio Scritture di Scena 2017 e con Un eschimese in Amazzonia il Premio Scenario, per poi ricevere una menzione alla Biennale Teatro 2020 con La tragedia è finita, Platonov. La sua traiettoria, dalla compagnia autoprodotta ai palcoscenici istituzionali, è il modello che molti dei finalisti più giovani stanno percorrendo: si parte da uno spazio indipendente, si passa per un premio, si arriva alla produzione di un teatro nazionale. È una scala faticosa, ma esiste, e funziona.
Lo dimostra il caso di 30 milligrammi di Ulipristal. Il testo di Pigoni, dopo il Premio Tondelli del 2023, viene messo in scena nel 2024 in Corea del Sud al Seoul Institute of the Arts e nel 2026 arriva a una coproduzione del Teatro Stabile di Bolzano e del Teatro Stabile di Torino. Una scrittura nata in una scuola di Milano compie in tre anni il percorso che porta dal bando al palcoscenico di due teatri pubblici. Non capita a tutti, e non capita in fretta, ma capita: la rete dei premi, con tutti i suoi limiti, è oggi il principale canale attraverso cui una voce nuova diventa uno spettacolo che la gente può andare a vedere.
// 06 · Cosa chiede questa scena a chi guarda
Messe in fila, queste voci raccontano un teatro che ha smesso di aspettare il grande testo e ha cominciato a fabbricarne molti piccoli, ciascuno legato a un fatto, a una lingua, a un dispositivo. La cronaca al posto del mito, la chat al posto del monologo, la macchina scenica al posto della trama: sono scelte diverse che convergono su un punto solo, il rifiuto di raccontare il presente come se fosse già una storia ordinata.
C'è un prezzo in tutto questo, e i testi stessi lo dichiarano. Una drammaturgia che parte dal privatissimo rischia di non arrivare all'universale; una scrittura che imita la chat rischia di restarne prigioniera; un dispositivo che chiede al pubblico di completare il senso rischia di non dire nulla a chi non accetta di entrarci. Le giurie che premiano questi lavori lo sanno, e nelle loro motivazioni distinguono con cura i testi che reggono la scena da quelli che restano esperimenti. La nuova drammaturgia italiana non è una promessa già mantenuta: è un cantiere aperto, con i suoi riusciti e le sue cadute.
Per chi guarda, però, lo spostamento è già accaduto. Andare a vedere uno di questi spettacoli significa accettare un patto diverso da quello del teatro che racconta: non si riceve una storia, si entra in un dispositivo e si è chiamati a tenere insieme i frammenti. La domanda che questa scena lascia, allora, non riguarda gli autori. Riguarda chi siede in platea: quando un testo smette di raccontarci una vicenda compiuta e ci chiede di costruirne il senso insieme a lui, siamo ancora spettatori, o siamo diventati una parte di ciò che accade sul palco?


















